Speciale Flanger: Ian Curtis, i Joy Division e l’insostenibile solitudine dell’essere

Speciale Flanger: Ian Curtis, i Joy Division e l’insostenibile solitudine dell’essere

A 35 anni esatti dalla scomparsa del leader dei Joy Division, ripercorriamo la storia della band di Manchester

di Luca Petinari

Quattro giugno 1976, siamo alla Lesser Free Trade Hall di Manchester. Sul palco i Sex Pistols, pubblico pagante: quarantadue persone. Da molti definito come il concerto più importante della storia. Come se fosse l’ultima cena, l’evento viene ricordato anche per quel pugno di persone presenti, testimoni dello stravolgimento di più concetti riguardanti la musica. Alcuni nomi di quei quarantadue: Steven Patrick Morrissey, uno che non ha bisogno di presentazioni; Mark E. Smith, futuro leader dei Fall; Paul Morley, giornalista dell’NME; Tony Wilson, conduttore di una tv locale e tra i protagonisti di questa storia; e Peter Hook, giovane mancuniano, più precisamente di Salford.

Qualche mese più tardi Hook, memore di quel leggendario concerto, invitò con se alcuni amici a ripetere quell’esperienza. È il venti luglio 1976, stesso luogo e stesso gruppo sul palco, questa volta accompagnato dagli allora eroi locali: i Buzzcocks. Come dicevamo, insieme a Hook presenziarono anche Bernard Sumner, Stephen Morris e Ian Curtis. Una volta usciti dalla Lesser Free Trade Hall, Hook e Sumner decisero di mettere su un gruppo. Si chiamarono Warsaw e, dopo vari cambi di line up e l’innesto di quel Curtis conosciuto la sera del concerto, cambiarono in Joy Division.

Volutamente provocatori (il nome della band deriva dai bordelli dei campi di concentramento nazisti, mentre nel loro primo EP An Ideal For Living del 1978 è raffigurato un bambino della gioventù hitleriana) come tante band del periodo, i quattro riuscirono a guadagnarsi un “contratto” con la Factory Records, etichetta locale in possesso di quel Tony Wilson già citato in precedenza. Perché le virgolette sulla parola “contratto”: la Factory era un’etichetta discografica particolare, indipendente al 100%, tant’è che l’unico vincolo tra label e artisti era, appunto, la totale assenza di vincoli. I diritti sono completamente in possesso della band, la quale era libera di andarsene quando le pareva, mentre sui profitti si fa fifty-fifty con la Factory. Secondo varie ricostruzioni, Wilson firmò questo “contratto” col sangue dopo aver assistito a un concerto dei Joy Division, i quali lo avevano provocato con appellativi non proprio gradevoli e sfidandolo a farli entrare nel roster della Factory. Il conduttore tv non ci pensò due volte e assistette la band in ogni suo step: li fece esibire nel suo programma So It Goes su Granada TV e curò ogni dettaglio mediatico. Era completamente assuefatto dall’unicità della band.

Il sound dei Joy Division era sì, ispirato da quel tornado del punk che stava rallentandosi, ma più che sulla rabbia i quattro fecero breccia sulle atmosfere. La produzione del loro esordio, Unknown Pleasures, uscito nel 1979, fu affidata a Martin Hannett, uno che se lo vedi con un registratore in mano in cima a una collina e gli chiedi cosa stia facendo ti risponde: “ma non lo vedi? Sto registrando il silenzio”. E proprio questa sua attitudine particolare alla produzione che diede ai Joy Division la possibilità di catturare ogni sentimento, ogni stato d’animo e ogni ambiente che stavano vivendo in quella Manchester segnata dal gelo del post-industrialismo. Questa freddezza dei suoni è l’essenza di Unknown Pleasures: riascoltandolo si riesce a percepire ogni meccanismo e ogni malinconia che la città riversava sui ragazzi. Gli strumenti suonano insieme ma paiono distanti: infatti per le registrazioni, Hannett, scelse di non optare per la presa diretta come andava in voga nel periodo punk, ma di dedicarsi a ogni singolo membro del gruppo separatamente. Tant’è che le varie parti di batteria furono registrate anch’esse singolarmente.

Altro punto cardine della musica dei Joy Division erano le liriche di Ian Curtis. La sua voce baritonale raccontava i disagi di un giovane di vent’anni in una società che non lo rappresenta: nel crescendo di Disorder esplode il verso finale “I’ve got the spirit, but lose the feeling”, mentre in Insight canta “but I remember when we were young”. Inoltre, Ian doveva far fronte ai problemi della sua vita provata. Si sposò giovanissimo con Deborah, dalla quale ebbe anche una figlia, Natalie, ma la prematurità del gesto fu un peso enorme da sopportare, un errore che difficilmente sarebbe riuscito a cancellare. Nel frattempo nacque un amore clandestino con la giornalista belga Hannick Honoré, ulteriore benzina sul fuoco sul suo stato d’animo, calpestato e stracciato da un altro grave problema: la malattia. Ian soffriva di epilessia e pare quasi uno scherzo del destino: nei primi concerti tendeva ad esibirsi in danze strane, convulse, quasi in preda a un attacco epilettico. Poi arrivò il primo, quello vero. I medicinali influirono pesantemente sul suo umore, condiviso con il terrore di salire sul palco ed avere un attacco, i sensi di colpa verso Deborah, la difficoltà di distacco da Hannick e una depressione che avanzava sempre più. In She’s Lost Control il testo fa riferimento a un’amica di Ian, anch’ella epilettica e morta in seguito ad un attacco. “Confusion in her eyes that says it all, she’s lost control”.

Nel frattempo il successo del primo album portò alla realizzazione del secondo Closer, sempre con la Factory, sempre con Hannett alla produzione. Era il 1980 e la storia dei Joy Division si sarebbe consumata a breve. La freddezza e la riservatezza tipica degli inglesi portarono Ian all’isolamento con la sua malattia, la sua depressione e i suoi problemi relazionali. Gli altri membri della band non ignorarono questi aspetti, tutt’altro, ma non diedero il peso giusto ai disagi esistenziali di Curtis. Disagi che erano sotto l’occhio di tutti e che lo stesso cantante gridava al mondo tramite i testi delle sue canzoni. Closer, se possibile, è un lavoro ancor più profondo di Unknown Pleasures e da un lato il più personale di Curtis a livello testuale. L’ingresso dell’album è dettato da Atrocity Exhibition e dal suo verso “this is the way, step inside”, questa è la via, entraci dentro. È un invito ad esplorare la disperazione di un ragazzo di ventitre anni già alle prese con un divorzio e una malattia che peggiorava giorno dopo giorno. In Isolation dichiara “mother I tried please believe me, I'm doing the best that I can, I'm ashamed of the things I've been put through, I'm ashamed of the person I am”, mentre in Heart And Soul profetizza “heart and soul, one will burn”. Nessuno sembrava rendersi conto delle terribili dichiarazioni testuali di Ian: “cercavamo di minimizzare la cosa – disse Wilsondicevamo che era arte, poesia, e che non c’era nulla per cui preoccuparsi. Ci sbagliavamo”.

Siamo a maggio del 1980 e le fasi di registrazione di Closer sono quasi terminate. È uno splendido periodo per la band: l’anno precedente l’esordio andò benissimo, stavano ultimando un nuovo album e nel mentre gli viene comunicato che di lì a poco sarebbero partiti per un tour negli Stati Uniti. Per Ian fu un colpo terribile, un peso insostenibile in un periodo di vita personale delicatissimo. Hannick era sempre più difficile da allontanare, mentre Deborah incalzava per il divorzio. È il 18 maggio di trentacinque anni fa. Alla vigilia della partenza per il tour negli USA, in seguito all’ennesimo, l’ultimo, attacco epilettico, Ian Curtis decide di togliersi la vita impiccandosi a una rastrelliera per i panni nella sua casa a Macclesfield. Aveva 23 anni. Era solo. La stessa solitudine che lo ha schiacciato, alienato dal mondo e portato via.

Closer uscì postumo nel luglio dello stesso anno. Qualche mese prima uscì un singolo che divenne l’emblema della musica dei Joy Division e dell’esperienza terribile di vita di Curtis, portando i quattro di Manchester ad entrare nel mito. Un singolo la cui essenza è racchiusa tutta nel titolo, una frase che ancora oggi è riportata sulla lapide di Ian: Love Will Tear Us Apart, l’amore ci dividerà.

In queste righe si è tentato di riassumere brevemente la storia di una band e di un ragazzo di ventitre anni, dei suoi problemi, della sua malattia. Un ragazzo normalissimo che ha segnato indelebilmente un’epoca, di cui ancora oggi ne vediamo gli effetti, sia sulla musica che sulla cultura, e di cui magari non ce ne rendiamo conto. Ora provate a premere play al video qui in fondo e a leggere queste ultime righe di testo che seguono. Se un brivido gelido vi percorrerà la schiena raggiungendo gli occhi, allora avrete colto nel segno:

When routine bites hard,
And ambitions are low,
And resentment rides high,
But emotions won't grow,
And we're changing our ways,
Taking different roads.

Then love, love will tear us apart again.
Love, love will tear us apart again.

Why is the bedroom so cold?
You've turned away on your side.
Is my timing that flawed?
Our respect runs so dry.
Yet there's still this appeal
That we've kept through our lives.

But love, love will tear us apart again.
Love, love will tear us apart again.

You cry out in your sleep,
All my failings exposed.
And there's a taste in my mouth,
As desperation takes hold.
Just that something so good
Just can't function no more.
But love, love will tear us apart again.

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